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CRONACA DEL TRASPORTO
Un giorno di primavera del 1649. Un folto gruppo di uomini in piedi di fronte ad un tavolo. I1 cancelliere della Comunità li chiama, uno alla volta, seguendo un elenco. Il cassiere paga. L'intera operazione comporta un'uscita di 12 scudi e 30 baiocchi "dati ali hommini che portorno il tabernacolo come per lista ".
M' imbatto in questa notizia curiosando tra le pagine del "LIBRO DELLE ENTRATE ED ESITI ... dal 6 marzo 1644 al 30 giugno 1662", che è un registro sul quale gli amministratori di allora, i "massari", annotavano minuziosamente le entrate e le uscite della Comunità. Seguito a leggere le note-spesa dei massari. Arrivo al mese di marzo del 1649 e trovo scritto, in modo più esplicito di quanto mi aspettassi: "Spesi per me Bartolo et Gasparo Petricca per caricar le prime forme del tabernacolo per due giornate 1 scudo e 30 baiocchi". Alcune righe più sotto: "Dati a Tiburzio Di Biagio per la vettura del tabernacolo carico a Roma 50 baiocchi ". Tra il mese di marzo e il mese di maggio del 1649, tutte le spese relative al trasporto del tabernacolo sono registrate con una meticolosità tale da consentire di ricostruirne una cronaca dettagliata. Per renderne possibile il trasferimento, il tabernacolo fu smontato nelle sue componenti, le "forme", che caricate sul carro di Tiburzio Di Biagio, sotto la supervisione del massaro Bartolo Florido, accompagnato da Gasparo Petricca, furono trasportate fino alle rive del Tevere e depositate con cura su una banchina. Qui il barcaiolo Tiberio del Morricone cominciò a caricarle sulla sua barca. In tre viaggi consecutivi, le fece arrivare probabilmente fino a Passo Corese. La sera, "a fiume", il barcaiolo era atteso da Berardo Mancino che 1'aiutava a scaricare e gli offriva la cena per conto della Comunità. La vicenda del trasporto del tabernacolo, che fino a quel momento aveva riguardato un vetturino, un barcaiolo, un massaro e qualche suo collaboratore, da questo momento si trasforma in un evento che vede la partecipazione corale della popolazione della Comunità di Monteflavio. Partono dal paese squadre di operai per sistemare strade e sentieri, partono gruppi di "portatori", partono i mulattieri con i loro muli. Persone anziane accorrono con una certa eccitazione verso i confini di Montorio per attendere, vedere e poi accompagnare i "portatori", come succedeva ancora negli anni cinquanta quando si era soliti andare incontro ai pellegrini che tornavano a piedi dal santuario della SS. Trinità di Vallepietra.
Arrivano per primi in piazza i mulattieri con i muli che portano i blocchi più pesanti. Arriva poi il corteo dei portatori stanchi per la lunga camminata, durante la quale si sono dati il cambio per sostenere il peso delle "forme" che finalmente possono deporre definitivamente. Tutte le forme sono allineate nella chiesa parrocchiale. La gente le osserva sicuramente con curiosità ma forse anche con un certo scetticismo, non riuscendo a prefigurarsi 1'immagine complessiva. Però l'incertezza dura poco. In sella ai cavalli di Francesco D'Adani , arrivano da Roma due bravi scarpellini, i "mastri del tabernacolo". Si mettono subito all'opera aiutati dal massaro Bartolo e da mastro Andrea, un artigiano locale. Sopra all'altare, lentamente, il tabernacolo va assumendo la sua fisionomia. I mastri lavorano bene e vanno trattati bene. Per i loro pasti, tra farina, pane bianco e pane nero, "oglio, presutto, ova, cascio vecchio e prugnioli " la Comunità spende ben 27 scudi. Passano dieci lunghi giorni e finalmente il tabernacolo è là. E' festa grande. Arriva monsignor Scandarla per impartire la benedizione, arrivano i "pifari" che, in cambio di qualche dolcetto e di un bicchiere di vino, eseguono inni sacri e marcette. C'è soddisfazione, c'è gioia, c'è allegria. Più allegri di tutti sono certamente i "portatori": hanno avuto la paga e hanno consumato ben 4 barili e 3 "copelle" di vino, acquistato dalla Comunità al prezzo di 8 scudi e 70 baiocchi.
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